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Ho visto cose che voi umani...

DI ALICE F.
Io avevo in testa quel pegaso.

Il cavallo bianco latte, di razza scognita ma intelligenza vivace, con le ali di piume e seta appiccicate alle spalle che volteggiava libero nella grande arena gremita di spettatori, un faro azzurro puntato su di lui ed il padrone biancovestito che gli volteggiava attorno.
Avevo in testa l'uomo che tendeva le mani al cavallo libero e camminava all'indietro... con il cavallo che, bloccata la testa in posizione di grande concentrazione, gli veniva incontro con un passo spagnolo preciso, lento, disteso e sereno. Quell'uomo che si sdraiava a terra ed il cavallo che lo scrutava, decidendo infine di eseguire l'esercizio richiesto e sdraiarsi al suo fianco. Ricordo l'uomo che, montando a pelo il suo pegaso, galoppava pancia a terra attorno all'arena con le mani tese al cielo, la testa rivolta alle stelle e le ali di seta che gli fluttuavano alle spalle.
Questa era Verona nel mio immaginario. La più bella, lussuosa e spettacolare fiera di cavalli in Italia, un'ispirazione, un motivo di orgoglio per tutti i cavalieri. La classe, l'eleganza, la bellezza di questi animali superallenati che finalmente veniva rivelata incantando il pubblico.
Credo di essere rimasta a quindici anni fa.
Alle bighe che facevano a gara, agli acrobati con cavalli in libertà, ai PRE grassi, con la ciccia che fremeva imperiosa nei grossi colli arcuati e la possenza dei loro passi: lenti, calibrati, precisi. Quel passage ritmato, ordinato, che si bloccava senza scossoni in un piaffer prolungato in cui il cavallo, sereno, aveva perfettamente chiaro dove e quando mettere i piedi a terra. La levade, superba nel controllo, nella testa del cavallo, che, allenandosi duramente, impara a bloccare l'impennata in una posa scultorea, innaturale ma magnifica, esprimendo in un unico gesto leggerezza e potenza. Quel PRE enorme che si sollevava senza sforzo e senza azione visibile del cavaliere, arrivando elegantemente fino lì... prendendosi il tempo per raccogliere le zampe anteriori al petto con tutta calma, come a dire: “...e questo è niente; pensate a che cosa potrei fare, se solo volessi... ma vi lascio ad immaginarlo... mentre vi guardo da quassù, voi bipedi, che per ricordarvi che cos'è la maestà dovete guardare lo scintillio indomito dei miei occhi e i muscoli guizzanti del mio dorso.”

Quello sguardo era quello che andavo a cercare. Ne avevo visto un piccolo scorcio a Milano, fiera di minor richiamo e minor valore in termini di cavali presentati, ma che aveva dato buona prova di sé e dei suoi equini. Supponevo che a Verona avrei goduto del meglio disponibile sulla piazza, dell'apoteosi del rapporto cavallo-cavaliere.
E forse è stato davvero così... il che è preoccupante. Ho visto cose che voi umani...
Dire che mi ha delusa non è corretto: mi ha scioccata e scandalizzata. Potrei fare un elenco delle cose che ho visto... o forse dovrei andare a farlo alla protezione animali.
Comunque, mi rifiuto di ripetere tutte le scene viste in giro per i padiglioni e voglio sperare che ai veterinari sia stato impedito l'accesso alla fiera stessa, perchè se ce n'erano in giro e hanno visto quello che ho visto io... bah... e non parlo dei corridoi dei box e delle retrovie (comunque accessibili a tutto il pubblico), ma delle scene viste nelle arene e nei campi prova, davanti a spettatori affollati.
Ve ne dico giusto qualcuna, per dovere di cronaca...
Per la prima volta in vita mia ho visto un frisone con le piaghe della frusta sul culo (e la costanza con cui le frustate arrivavano). Ho visto passi spagnoli così scomposti e tirati a caso, così nervosi ed imprecisi che ho capito di che cosa si trattasse solo quando l'orgoglioso conduttore lo ha annunciato... tenendosi a debita distanza da quelle povere zampe lanciate in avanti, e perfino di lato, senza cognizione. Ho visto un tentativo di levade identico ad una torsione da colica. Ho visto il piaffer più orrendo del mondo, pestato, le zampe tutte ad altezze diverse, scomposto, senza ritmo, scandito a colpi di frusta sulla groppa, il cavallo non aveva la minima idea di quello che stava facendo... ma lo faceva per centinaia di metri di fila, sull'asfalto. Ho visto una dimostrazione di Pat Parelli commentata da un fiero presentatore svolgersi in un tondino di diametro di sì e no dieci metri ricavato in un'arena enorme, con un cavallo che non capiva un accidente degli esercizi che avrebbe dovuto fare, per poi dare finalmente di matto e scappare impaurito al primo, timidissimo, applauso dei trenta presenti, anche loro poco convinti. Ho visto un conduttore schivare un calcio con abilità consumata, frustando il proprio cavallo per fargli fare un passage, mentre gli stava dietro con le redini lunghe. Ho visto un cavallo condotto talmente bene che è scivolato con il culo per terra sul cemento, il padrone non si è manco girato. Ho visto saltare, e anche alto, un cavallo zoppo tronco. Ho visto un pony in campo prova con la nuca bloccata dalle redini tedesche che scrollava la testa disperato: avesse potuto, avrebbe pianto.
E la finisco qui perchè anche se sono passati già dei giorni, mi sento ancora male al ricordo di tutto il resto.

Sia chiaro che non voglio denigrare gente che indubbiamente ci ha messo tutto quello che poteva nel lavoro con il proprio cavallo. Vorrei solo sottolineare come, nel tempo, le cose siano cambiate, come il mondo equestre si stia sempre di più proponendo come realtà sfacciatamente negativa in occasioni in cui invece dovrebbe presentarsi al meglio. Quindici anni fa non si parlava di Monty Roberts, di Pat Parelli, di Caroline Resnik, di Linda Tellington... eppure, maledizione, nelle arene di Verona queste cose non si vedevano. Com'è successo? Come abbiamo potuto far sì che l'equitazione vera sia diventata solo uno slogan, solo un metodo commerciale, solo un mucchio di parole che non si avvicinano nemmeno da lontano ai risultati che si avevano quando nessuno scriveva libri e proponeva metodi? Perchè l'impiego massivo di teorie etoologiche, così perfettamente codificate, oggi porta la gente ad applaudire dei guru che propongono costose soluzioni ad enormi problemi d'addestramento che anni fa non c'erano? Perchè oggi tutti parlano di rapporto con il cavallo naturale, leggero, classico, spirituale e poi io mi ritrovo a vedere cose come queste?
Ma saremo un tantinello ipocriti?
Inutile dire che dello spirito della Verona che ricordavo non ne ho trovato traccia.
Siamo arrivate alle 11.00, io e la mia istruttrice. Alle 14.30 ci siamo guardate negli occhi e siamo andate a comprare le due cosette di cui avevamo bisogno alle bancarelle (quelle sì, invece, straordinarie... e quanti libri e gadget, colori sgargianti e ciondoli, frustini brillantinati, stivali di pitone, sottosella ricamati, super coperte termo-massaggianti poggiati elegantemente su cavalli di plastica... e nemmeno l'ombra degli speroni, delle fruste e delle imboccature che c'erano addosso ai cavalli veri nel padiglione affianco...). Alle 15.00 spaccate io e la mia istruttrice avevamo la porta che ci sbatteva sul culo e alle 19.00 secche eravamo tutte e due alle nostre case, sotto la doccia, pronte a far finta di non aver passato una giornata così irragionevole dal punto di vista equestre.
E adesso che ve l'ho raccontato, di Verona dimenticherò tutto, anche l'indirizzo del palafiera.

Solo di una cosa mi voglio ricordare: di quel ragazzino che conduceva alla corda un grosso cavallo da salto che andava dai box esterni ai padiglioni. Me lo voglio ricordare bene perchè il cavallo era lucido, di mente e di pelo, nella mattina freddina portava una coperta di spugna allacciata alla svelta, un po' sbilenca ma che accuratamente copriva costato e reni. Quel ragazzo gli arrivava con la testa appena un palmo sopra la spalla: di vedere il garrese, da laggiù, nemmeno se ne parlava... e portandolo dal box al padiglione, camminando lentamente sull'asfalto, chiacchierava con una ragazza. Seppure distratto dalla conversazione, il ragazzo ha sollevato la mano, alzando la testa del cavallo e ponendogli il dorso della manina sulla trachea, in un gesto abituale che la dice lunga quando lo ha sentito scivolare un pelo di posteriore... quel gesto amorevole che fa anche la madre per proteggere il figlio sul seggiolino quando frena in auto. Ovviamente era assolutamente inutile... un ragazzino smilzo contro un hannover... se fosse scivolato davvero non c'era speranza che lo tenesse. Ma comunque, d'istinto gli ha alzato la testa e bloccato il collo, lanciandogli uno sguardo per accertarsi che si fosse rimesso dritto e proseguendo senza fermarsi.
La ragazza non si è accorta di niente.
Nessuno si è accorto di niente, a parte forse me; disperatamente alla ricerca di un qualunque gesto d'affetto nei confronti di un cavallo.
E mi voglio ricordare anche dei butteri maremmani, sui loro cavallini anonimi, fin bruttini, con le criniere mozzate, i vestiti da lavoro, le selle che sanno di campagna profonda, i finimenti grezzi... ma non un solo sguardo isterico o nervoso: tutti cavalli curati, posati, lucidi, precisi nei movimenti, armonici e concentrati agli ordini dei loro cavalieri. Senza tanto strepito, hanno giocato per un po' con una mandria di puledri sdomi liberi in campo, spostandoli a destra e a sinistra con gesti delicati ed efficaci, le voci allegre dall'accento melodico che ridevano nei campi prova, sovrastando il rumore degli zoccoli dei cavalli.
Ho visto uno stallone TPR in selezione, una montagna di muscoli e ciccia in capezza, beccarsi un'unica, delicatissima, pacca sul collo da parte del padrone mentre gli veniva assegnato un premio... ma quella pacca sul collo raccontava tutta una storia, mentre l'uomo sorrideva con semplicità in piedi accanto al suo bestione. Ed il vicino, premiato anche lui, dimostrarsi decisamente stufo dell'immobilità forzata e della presenza dei rivali, rampando a ripetizione contro chi lo conduceva... tuttavia alzandosi e indietreggiando, senza osare provare a colpire... ed il padrone sopportare con pazienza per poi reagire all'affronto carezzandogli il garrese e borbottando un “Eddai, scemo!”
E ho visto Francesca Arioldi fare un buon percorso con Eurocommerce Agadir. Io che sono cresciuta nel mondo del salto tifando per il padre con Paprika della Loggia, ho sorriso felice: onestamente non sapevo che fosse in gara, men che meno che gareggiasse nell'unica mezz'ora che siamo state a vedere quello sfacelo di competizione. E' stato un istante di bellezza.
E mi è venuto da pensare che, cavolo... chiamarsi Arioldi nel mondo del salto ostacoli è certamente un onore e ti dà accesso a grandissimi cavalli... ma deve anche essere un filo pesante, psicologicamente parlando.
Ecco, Fra... adesso ti capisco, davvero, di cuore...
Perchè sono stata a guardare quei frisoni bavosi nei campi. E ho risposto “ho un frisone anch'io” a chi me lo ha chiesto mentre mi rendevo conto che ho l'onore di avere un grande cavallo, ma che le persone mi guardavano male associandomi alle oscenità che avevano davanti... e la sapete una cosa, gente? Beh... è un filo pesante, psicologicamente parlando.


 
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