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Sono Draghi Dormienti i Ponti sulla Statale

DI ALICE F.
Purtroppo l’equitazione è uno sport.

Odio dal profondo del cuore entrambe le parole, e la loro associazione dà un risultato ancora più fastidioso della somma delle parti. Non c’è né emozione né magia.

Intanto la parola equitazione. Capisco la radice, ma non il suffisso: è insensato, ridicolo, non ha paragoni nella grammatica italiana, salvo il manzoniano natazione, saggiamente sostituito con un più umano “nuoto”. Ma non si sa perché a noi cavallai è rimasto appiccicato.

E poi la parola sport.

Intanto è brutta…suona male, inizia con un sibilo e finisce con uno sputo. Vabbeh. La parola sport, poi, fa pensare all’agonismo, ad una cosa che fai perché ti piace, perché vuoi vincere, perché se ti alleni da morire sarai il migliore. Un filo riduttivo. Il rapporto, per quanto complesso, che un atleta instaura con una palla da tennis, una bicicletta, un giavellotto, non sarà mai e poi mai un binomio. Esiste solo uno “sport” che ci può andare vicino: l’agility dog. Forse anche la falconeria, ma in entrambe non si ha a che fare con un animale che potrebbe ammazzarti in seimila modi diversi.

Nessuno “sport” è come il nostro.

Non è una questione di “razzismo olimpico”, ma solo una considerazione: non è detto che sia migliore o peggiore… solamente diverso. Molto, ma molto, diverso. E non credo che la parola di recente acquisizione anglosassone “sport” sia una descrizione adeguata

Equitazione e sport.

Una parola vecchia e una recente.

Che schifo.

Il cavallo non è né vecchio, né recente. E’ supermoderno nelle tecnologie dei materiali (roba da far invidia alla NASA) ed antico nello spirito.

E’ antico non di secoli, ma di millenni.

A volte riusciamo a sentirlo.

Non certo in rettangolo o in scuderia… fra luci al neon, selle imbottite con tecnologie pazzesche, porte scorrevoli e le lampade dell’asciugatoio.

Quelli sono i momenti da Star Trek.

Ad essere totalmente onesti, esiste, in effetti, una sensazione di storia recente, che ci viene data da alcuni esercizi studiati e ristudiati, replicati da qualche decennio. E anche una sensazione di vecchiume, di polverosi ricordi e coccarde muffite quando sentiamo o leggiamo le vecchie glorie nostalgiche parlare dei “bei tempi andati” e ci si arriccia lo stomaco.

Ma la sensazione più bella è l’antico.

Il guardare il mondo dall’alto di una schiena poderosa e domandarsi quanto può correre veloce il vento.

Fra tutte, è la più difficile da ritrovare.

Lo sentiamo… ci punzecchia, si fa vedere e scappa subito via… è un po’ il brivido della parabola sul salto, del ritmo del piaffer, della galoppata a manetta in cross.

Ma è una sensazione artificiale… sì, ci dà ancora la pelle d’oca, per una frazione di secondo ci pare di ricordare che cos’è la potenza vera… ma poi scompare senza lasciare tracce.

Io ho saltato abbastanza, nella mia vita equestre, e non per gareggiare o per vincere (eravamo al livello della Coppa del Nonno, e ci buttavano allo sbaraglio senza quasi saper trottare). Saltavo per quella sensazione. Credo che i miei cavalli in mezza fida lo sapessero, perché con me saltavano con la superba armonia dei loro giorni migliori. Credo che sentissero la mia inesperienza, ma anche la gioia infantile che provavo nel sentire le loro superbe spalle inchiodare davanti all’ostacolo e la schiena compressa distendersi sotto l’impulso del posteriore… le zampe raccolte ed il naso in avanti, i loro crini sul viso… e milioni di anni di evoluzione che riportano a terra quegli esseri giganteschi con grazia e precisione... l’equilibrio perfetto della prima zampa a terra per un breve secondo e che subito si rigetta in avanti, in un istante di folle volo, per far posto ai posteriori.

Era pura magia.

Io facevo schifo, per inciso. Aspettavo che il cavallo mi alzasse il culo invece che seguirne il movimento, in qualche modo lo convincevo sempre a ricevere dalla parte sbagliata, non credo di aver mai preso un ostacolo in centro dato che avevo una predilezione morbosa per il piliere sinistro, le mie distanze si calcolavano in miglia quadre... io ero una SuperPrincipiante su ex salatatori che facevano le 145.

Ero assolutamente senza speranza.

Ma i miei istruttori avevano poca cognizione del fattaccio e insistevano con l’accoppiarmi a quei bisonti vecchiotti, ingranati sul salto e d’indole poco paziente.

Ci ho fatto tanti, ma tanti di quei voli. Una fraccata e mezza di voli, abbastanza da convincermi che, quando avessi potuto, non avrei mai comprato un cavallo da salto.

Ma era comunque magia.

I cavalli ingranati mi scaricavano in diecimila modi diversi, ma mai sull’ostacolo: con me hanno sempre saltato tutto. Anche le barriere a terra… se possibile con una parabola da riviera. Mi lanciavano nella sabbia perché montavo male, gli davo fastidio e mi odiavano, ma i percorsi li facevano tutti… saltavano perché quella magia che sentivo contagiava anche loro. Ne sono certa.

Non sono stati i cavalli a darmi la nausea del salto.

E’ stato lo sport. L’ansia della barriera, l’ansia di non avere un cavallo all’altezza, l’ansia della classifica, l’ansia dei soldi, l’ansia delle recriminazioni degli istruttori e l’ansia delle amiche snob che giudicano ogni cosa.

La magia piano piano è scomparsa e non è più tornata. L’unica cosa che sentivo era l’esitazione sulla battuta, la scarsa fluidità del gesto, il carrozzone e la ricezione di merda.

Addio, fine del divertimento.

Trovare (o ritrovare) quella sensazione di antica libertà diventa sempre più difficile mentre si migliora, mano a mano che la tecnica e l’esperienza prendono il sopravvento.

L’emozione pura, la sensazione che ci fa arrossire di gioia e ridere senza motivo, la si vede benissimo in un’occasione… il battesimo della sella.

L’istante in cui l’adulto o il bimbo poggiano le chiappe in sella per la prima volta, aggrappandosi convulsamente alla sella, ignorando redini e criniera, cosa che va contro ogni buonsenso equestre. E’ il sentire i muscoli della schiena del cavallo flettersi e distendersi che porta ad aggrapparsi ad essi, alla sella grossa e solida, non immaginando affatto che quella piccola testa oblunga e delicata sia il timone e il freno a mano del cavallo.

Nel sorridente ciondolare del principiante che muove i primi passi, manca tutto. Manca la tecnica, la conoscenza, l’esperienza, l’equilibrio, la compostezza, il controllo… manca tutto. Il principiante in sella tiene gli occhi fissi sulla bella criniera e le orecchie aguzze, cercando di riempirsi gli occhi con la meraviglia di questa bestia. E gli dicono che sbaglia, che deve guardare avanti.

Noi lo facciamo, noi guardiamo avanti: ma non l’orizzonte azzurrino… noi guardiamo il cespuglio… il fottuto cespuglio da cui potrebbe sbucare il gatto del maneggio, provocando un serio scarto a destra. Tanto per andare sul sicuro, flettiamo il cavallo a sinistra, di modo che non veda il cespuglio e mettiamo gamba sinistra leggera al costato… prevenire è meglio che curare. Poi c’è la felpa fuxia adagiata sul piliere, che sembra tanto un puma in agguato… pericolosa quasi quanto la varietà giallo canarino e quella verde velluto… per precauzione, teniamo il cavallo occupato con una volta. Lì, poi, c’è quella merda di oca che a volte le gira storto e si getta in campo come un missile pennuto aggredendo la lettera B che le sta molto antipatica, non si capisce perchè. E allora, dopo un’occhiata furtiva all’oca, concentriamo ogni attenzione sui movimenti del cavallo, possibilmente approfittando del lato lungo per fare un po’ di spalla in dentro, così se arriva l’oca, almeno il cavallo è occupato e ha le zampe incastrate, e se decide di fare un bel fugone, lo fermiamo prima che faccia due passi. Ad A c’è il campo con i trattori e quello verde è bello spento… c’è da stare sul chi va là, perché se si mette in moto di colpo chissà che potrebbe capitare. A F ci cono i genitori e gli amici degli allievi, che chiacchierano, ridacchiano, aprono ombrelli, si tirano gavettoni d’estate e cappelli d’inverno… sarà meglio fare una diagonale… solo che in X ci sono i bimbi che fanno i loro giri del mondo ed è meglio evitare di spaventargli i cavalli… e ci tocca anche badare che il subitaneo rotare di gambette non faccia venire una sincope al nostro cavallo, o ci troviamo con la faccia per terra. Sa, facciamo un po’ d’appoggiata, così ci leviamo di torno… calibriamo al millimetro la flessione, mettiamo i comandi, dosiamo gli aiuti, contempliamo l’orma lasciata sulla sabbia, correggiamo d’assetto, controlliamo l’impulso e rimettiamo dritto il cavallo.

Posso dirlo?

Ma che palle.

Che palle tutti gli istruttori che sputano comandi a raffica, che palle gli esercizi, che palle chi ci ha sempre detto che il cavallo è pericoloso, che palle la consapevolezza che è vero, che palle gli acciacchi delle cadute e che palle l’anima in titanio della mia sella.

Ma dov’è la magia, dov’è la sensazione d’antico potere?

Ma è possibile che sia perduta?

E che cosa ce lo abbiamo a fare il cavallo?

Per misurare a zoccoli quanto è lungo e largo un campo da lavoro?

Per vedere quanti cambi di galoppo possiamo fare prima di sbattere nello steccato?

Boh…

Io so che la magia d’antichità esiste. E’ DENTRO il cavallo… è una cosa loro, gli appartiene… è codificata nel loro DNA come il colore del pelo… la devono tirare fuori di loro volontà, e noi dobbiamo metterli in condizioni di farlo. C’è un segreto, un trucco, un incantesimo che può davvero convincere un cavallo a condividere con il proprio cavaliere la memoria dei tempi passati. Ben più puri ed innocenti degli uomini, i cuori degli animali sono capaci di grandi emozioni. So per certo che nel petto dei cavalli pulsa uno scrigno il cui tesoro è la potenza. Nessuno meglio di noi sa che la chiave però non viene venduta al collo del cavallo, ma va forgiata… da noi… prendendo le misure della serratura, tentando e ritentando. E quando ci riusciamo… possiamo essere davvero centauri a sei zampe… cedere la nostra intelligenza per la potenza del cavallo. Sapere che in quel momento non c’è felpa che li possa spaventare, con la certezza che ci si può capire per davvero, sinceramente, immediatamente, senza riserve.

Sentire che cosa si prova a guardare l’orizzonte azzurrino fregandosene del gatto… e dell’oca….

Io so dimenticare l’anima in titanio della mia sella. Con questa strana mucca che mi ritrovo, io e lei, sole e perse nella campagna, lontane da paesi e persone… ho ritrovato la magia.

Abbiamo trottato fra i leprotti, percorso chilometri di sentieri senza sapere bene dove portassero… abbiamo galoppato nei campi fino a confondere la foschia mattutina con le nebbie di Avalon, scambiano i pali della luce per i perduti stendardi.

Tra le rovine di una cappella pregavano i templari, un’araba fenice nasceva dalle fiamme mentre la sirena cantava nel torrente… arcieri dai fini capelli dorati vegliavano il sentiero del bosco, i loro passi leggeri frusciavano fra le fronde…. Tristano d’Inghilterra è sorto dalle leggende per scortarci al Castello sulla collina… abbiamo cavalcato sui sentieri del Signore di Baux, scandendo le marce a ritmo di tamburi… oltre le mura diroccate di un’antica scuderia scalpitavano ancora i corsieri imperiali, le fredde armature sul dorso… nel focolare abbandonato abbiamo letto le tracce e seguito la pista dei briganti… sulla cresta del colle ci siamo fermate a scherzare con le dame dell’inverno e al tramonto abbiamo pregato la Stella del Vespro. Alla luce spettrale della luna piena abbiamo cercato rifugio da un antico sortilegio… ed ecco il drago… il drago dormiente con il dorso di spine di metallo: accucciato sopra il fiume, pietrificato da una fata, ci indica il cammino.

I nostri muscoli stanchi riconoscono la via di casa, sanno che il drago segna il confine oltre il quale il mondo magico cede il passo… subito a destra compariranno i recinti e le scuderie con le luci al neon.

Ma non importa.

Non importa perché quell’emozione non è più un frammento di secondo sopra un ostacolo, ma è una verde campagna intera.

La cavalla me lo ha insegnato… il drago ha la chiave… oltre il suo dorso di pietra, la mucca diventa un glorioso cavallo da guerra, oltre quel confine possiamo andare dai marmi di Ninive ai misteri di Atlantide in meno di dieci falcate… basta una svolta su un nuovo sentiero e cavalchiamo all’ombra di Stonehenge…

Perché se il cuore del cavallo è solitamente custode di grande potenza, il segreto di Andromeda è la magia. Basta essere sole e basta passare oltre il drago senza guardare i piloni che lo sostengono…

Io lo so, fidatevi. Provate… ogni ponte su una statale è un drago dormiente.

Provateci e cavalcheremo tutti insieme nella magia dei cavalli… l’antica maestà che li rende unici.

La prossima settimana io e la mucca cavalcheremo fra le armate germaniche, passeremo a visitare la Roma di Ottaviano e non mi dispiacerebbe vedere vedere i boschi celtici in boccio. Se ci resterà tempo, galopperemo a passo di carica fra le tribù berbere e ascolteremo il suono dei suoi ferri sui lastricati di Alessandria d’Egitto.

Chi viene con noi?



Commenti
  • Lara Brugnoli
    04.01.2012 - ORE 18:51:47
    Lara Brugnoli dice:
    #1
    Io già ci sono....monto l'ombra che ti rincorre.

    E che il Drago continui il suo riposo millenario per garantirci il passaggio segreto in quel mondo fatato tutto nostro.

    Ci vediamo sui giardini pensili di Babilonia.....
  • Alice F
    04.01.2012 - ORE 18:56:38
    Alice F dice:
    #2
    ^_^
  • Noemi Stambè
    04.01.2012 - ORE 19:54:35
    Noemi Stambè dice:
    #3
    Che racconto magico....ho sognato nel leggerlo... di essere li con voi insieme alla mia Perla.....
  • Nicole Amabili
    16.02.2012 - ORE 19:22:45
    Nicole Amabili dice:
    #4
    wow..ok mi hai commossa,porca miseria tu scrivi pura magia!Mi hai fatto vivere una favola in queste righe,e tutto quello che hai scritto è maledettamente vero..sei fantastica Alice :)

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